Ferragosto con P. K. Dick

15 agosto 2013

15 Agosto 2013

Ho scritto questa data su un post-it, per poi appiccicarlo sopra un’immagine di Totò che sbraita “Vota Antonio!” che troneggia sopra il mio tavolo da lavoro.

Giornata che inaugura il mio anno sabbatico dalla scrittura.

Non starò qui a spiegare i motivi, magari con la solita dietrologia di chi vuole accampare scuse in merito al proprio blocco.

Un limite, per sua stessa natura, non può essere superato.

Limiti dettati dalla salute psicofisica.

In tal caso non rimane altro che elevare il proprio concetto di limite, così da poter raggiungere nuovi traguardi.

E, per farlo, bisogna avere il coraggio di fare un passo indietro.

Da scrittore a lettore.

Da lettore a fruitore del piacere dell’arte narrativa, in ogni sua veste, senza preclusioni.

Icaro, per aver puntato troppo in alto senza i dovuti mezzi, ci ha lasciato le piume (e le ali).

Veniamo quindi a questo Ferragosto melanconico, segnato dalla solitudine, attraversato da quella linea sottile di depressione, troppo minuta per cercare l’oblio negli psicofarmaci eppure persistente, un malessere continuo, la tortura della goccia che, incessante, cade sui pensieri.

Proprio oggi ho iniziato, in virtù della lettura dell’opera omnia di Dick (appena acquistata grazie ai prezzi vantaggiosi della ristampa Fanucci), il 4° volume dell’opera, ovvero “Mary e il Gigante”.

Mi sono bastate poche, pochissime pagine per trovarmi catapultato nell’assolata provincia americana, nella California post-bellica che sembra essere uscita da un quadro di Hopper (in particolare, nel primo capitolo, l’immagine della gas station). Il dipinto perfetto di una sonnolenta cittadina degli anni ’50, sospesa tra il costume moralista di una nazione che ha appena vinto la guerra a ritmo di boogey e il suo lato più oscuro, decadente, perennemente attraversato da fameliche pulsioni. Dietro la tranquillità di un paese dove piove solo due giorni all’anno, gli orrori del vivere comune: la segregazione razziale, il bigottismo, la violenza domestica, la lussuria che non conosce vincoli di parentela o differenza d’età.

Un ritratto impietoso, lucido, di un Dick che, attraverso queste pagine, ci tramanda o, meglio, ci ricorda, cosa si cela dietro quelle case dipinte di bianco, dietro i sorrisi di bonari uomini di mezz’età, tra le pentole di casalinghe che si sono arrese alla monotonia della vita di campagna.

Mary, la diversa, la ragazza troppo intelligente, perennemente affamata di vita pagherà a caro prezzo la sua indomabilità a questo mostruoso meccanismo che si annida nelle piccole comunità.

Un romanzo che vi consiglio senza riserve, lontano dalla sci-fi distopica dell’autore californiano eppure dotato di una forza narrativa unica nel trasmettere le atmosfere sordide della provincia americana.

Detto questo vi auguro buon Ferragosto e, se siete al mare, buona lettura sotto l’ombrellone.

Io, pranzo con i genitori a parte, torno sotto il sole della California.

G.P.